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Il rapporto tra Giacomo Matteotti e Velia Titta

Maggio 17, 2024

Velia Titta nasce a Pisa il 12 gennaio 1890. Riceve un’educazione in scuole e collegi cattolici, può dedicarsi agli studi e consegue la licenza alla scuola normale di Pisa.

Si accosta alla poesia dando alle stampe, appena diciottenne, “Primi versi” e la raccolta “È l’alba”. Più impegnativo il lavoro sul versante della prosa, con il romanzo “L’idolatra”, firmato con lo pseudonimo Andrea Rota e pubblicato nel 1920. Il padre di Velia, Oreste Titta, era un maestro del ferro battuto, libertario d’indole e di pensiero, ammiratore dell’anarchico Carlo Cafiero. Fu lui a forgiare la corona funebre del presidente Marie Francois Carnot al Pantheon di Parigi. Agli antipodi, la madre di Velia, Amabile Sequenza: profondamente religiosa e di austera quanto intransigente moralità, si occupava dei lavori domestici e dell’educazione dei figli.

Nel 1912, quando conosce Giacomo, Velia è già da tempo orfana della madre, morta appena cinquantenne, e di fatto priva anche del padre che s’era distaccato dalla famiglia per unirsi a un’altra donna. È l’ultima di sei figli, due maschi (Ettore e Ruffo Cafiero) e tre femmine (Fosca, Nella e Settima).Velia è affidata all’affettuosa tutela, anche materiale, del fratello Ruffo, il noto baritono, che assume con generoso impegno le veci del padre, provvedendo alla sua formazione culturale e artistica.

Velia e Giacomo si conoscono durante una vacanza sull’Abetone. Durante la guerra decidono di sposarsi: una decisione travagliata per l’opposizione di Giacomo, ateo, al rito religioso in nome di quella precisa coerenza di atto e di pensiero che per lui rappresenta un bisogno assoluto. Alla fine, Velia accetta il solo vincolo civile, rispettando le convinzioni di Giacomo ma senza rinunciare a riaffermare le proprie. Dalla loro unione nascono tre figli: Giancarlo (1918), Matteo (1921) e Isabella (1922).

“Ti ho atteso su la strada, non si lungo tempo come in casa. Faceva freddo. Ora è la una e sono quasi certa che non chiamerai più al telefono. Passerà anche questa notte, così per me come per te e ne verranno di quiete. Vieni su presto domani e cerca di essere riposato e aver l’animo tranquillo. Niente cambierà nella tua vita, saremo felici lo stesso e tu non distruggerai ciò che fa parte viva della tua persona. Puoi darmi la mano, sicuro che ti aiuterò verso il punto dove tu sei rivolto e che è in me pensiero come di una seconda vita. Tu mi darai il compenso volendomi bene e avendo in me tutta la fiducia e il conforto che sempre vi hai cercato. Possano queste parole toccarti come la mano stessa, in una carezza profonda e senza fine, quanto questo giorno nostro. Tu mi porterai un po’ di fiori, di cui ne possa conservare qualcuno, e non avrai il viso pallido, perché avrai riposato lungamente. Tu non hai ricevuto la mia lettera. Non importa. Tutto ciò che mi dici l’intuivo quando ti ho scritto ieri sera e ti ripeto le stesse parole. No, no, vieni, saremo felici lo stesso, tu continuerai la tua vita, e io non posso in questo giorno mentire e dirti cosa non vera o nascondendo il mio cuore. Sarò religiosa lo stesso, ci vorremo bene lo stesso, vivendo uniti in qualsiasi lotta”.
Lettera di Velia Titta a Giacomo Matteotti, Roma 7-8 gennaio 1916

Ritrovate queste vicende e molti altri approfondimenti alla mostra Giacomo Matteotti, una Storia di tutti, a Palazzo Roncale fino al 7 luglio 2024. 

In foto: Velia Titta, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”

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