A Chieti: il processo farsa per l’omicidio Matteotti
Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Poveromo e Augusto Malacria sono i nomi dei cinque sicari che assalgono Matteotti il 10 giugno 1924: squadristi fascisti, facevano parte della Ceka, la polizia politica segreta del regime di Mussolini. Con loro, quel giorno, anche Aldo Putato, Filippo Panzeri e forse Otto Thierschald.
Si scopre che la Lancia Kappa con la quale Matteotti è stato rapito è stata noleggiata da Filippo Filippelli, direttore del Corriere italiano e segretario del fratello di Benito Mussolini, Arnaldo. Filippelli cerca così di fuggire, lasciando uno scritto in cui confessa chi sarebbero i mandanti dell’omicidio: Cesare Rossi, capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio; Giovanni Marinelli,
il segretario amministrativo del Partito nazionale fascista; e Benito Mussolini. Complici anche Aldo Finzi, il sottosegretario agli Interni, ed Emilio De Bono, capo della polizia.
Rossi e De Bono, in particolare, scaricano tutta la responsabilità su Mussolini, che in questo frangente è sempre più preoccupato dell’opinione pubblica e della minaccia alla sua credibilità. Il processo contro gli esecutori materiali del delitto si apre ufficialmente solo nel marzo 1926, spostandosi da Roma – dove era iniziato nel 1924 – a Chieti, una cittadina profondamente fascista. Del resto, nel 1926 il fascismo mussoliniano era più forte che mai, superato il periodo di crisi provocato dal ritrovamento del cadavere di Matteotti.
Qui, Velia Titta decide di non costituirsi parte civile: Chiedo mi sia concesso di estraniarmi dall’andamento di un processo che ha cessato di riguardarmi. […] Mi parrebbe, accedendo all’invito, di offendere la memoria stessa di Giacomo Matteotti, per il quale la vita era cosa terribilmente seria. Quella memoria nella quale e per la quale, e solo per educare i figli all’esempio ed alla fermezza paterna, vivo ancora appartata e straziata. Incarica così l’avvocato Pasquale Galliano Magno, che, partecipando al processo, si rende conto dell’ingiustizia che si sta commettendo e lo definisce “un processo burla”. Magno subirà poi le ritrosie e persecuzioni dei fascisti anche dopo la chiusura del processo: a lui Velia donerà la penna stilografica del marito (esposta in mostra a Palazzo Roncale), poiché l’avvocato decide di non voler essere pagato per il suo servizio.
La sentenza: Viola e Malacria vengono assolti per non aver commesso direttamente il fatto; Dumini, Volpi e Poveromo sono condannati a 5 anni, 11 mesi e 20 giorni – tuttavia, con l’applicazione dell’amnistia, dopo due mesi vengono liberati. Solo vent’anni dopo, nel luglio 1944, il processo si riapre, con i pochi superstiti, e Mussolini viene ufficialmente riconosciuto come il mandante dell’omicidio di Giacomo Matteotti.
In foto: La penna stilografica di Giacomo Matteotti donata da Velia Titta al suo avvocato Pasquale Galliano Magno
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